LETTERA D’INVITO

LETTERA D’INVITO

Caro amico,
non se ne può più. Se potessi esprimere con una sola frase un’intenzione, direi: «A Montecchio il Giro della Padania non arriverà mai». Perché? ‒ mi dici tu. Innanzi tutto perché è il mio paese e vedere il mio paese calpestato dalla menzogna mi rivolta lo stomaco. Somatizzo il dolore. Già quando venne Calderoli espressi lo stesso concetto e agii di conseguenza. Solitario. Ma ora le cose sono diverse. Si toccano le nostre montagne, mie e delle infinite schiere di amici che ho tra esse. Si viola la Zona Sacra del Pasubio. Si manipola la storia e si instaura l’ultimo falso mito. Quello della Padania, entità territoriale e culturale costruita su basi di odio e separazione. Se proprio si voleva fare il giro di qualcosa di padano dovevano farlo laggiù tra le pianure piatte e desolate della Pianura Padana, farcita di mortadella e di ciclisti ossequiosi allo stesso potere che ha messo in moto la farsa della Lega. Senza volere male agli amici emiliani o agli altri padani veraci, ma solo per mettere in chiaro che questo creare consenso tirando in ballo il ciclismo popolare mi ricorda il ciclista mortadella. Non vedo grandi differenze dalla futura maglia verde padana. Neanche di addolcimenti di colore. Rammento che gli edulcorati verdi alpini e i rossi sbiaditi stanno facendo di tutto per distruggere le nostre appartenenze e le nostre terre. A un passo da Montecchio (arrivo del Giro) la nuova base militare di Vicenza ‒ anticostituzionale ‒ non è stata fermata né dai Paroni a casa nostra né dalle Cooperative del culatello. Rosse neppure di vergogna. Che ce ne facciamo di questi compensatori del male? Faremo giocare i nostri bambini nel Parco della Pace, fianco a fianco con i mercenari assoldati dai poteri forti, mentre si preparano alla guerra, nei luoghi dove non sappiamo se saranno stipate armi di distruzione di massa o armamenti speciali per controllare i territori del Sud del mondo? Qui vige l’extraterritorialità, anche in fatto di mercato. Nessun controllo e nessuna regola. Nessun genius loci. Altro che Padania. Quanto mi fanno pena (fastidium) questi sindaci di Vicenza, propagatori di menzogna, pronti ad accogliere gli immediati benefici di ogni giro. Poltrone, biciclette o denari che siano.
Basta. Non se ne può più. Qui si toccano le nostre montagne, dove genti del Trentino e del Veneto si sono incontrate nonostante le difficoltà del confine. Qui si calpesta la memoria di morti innocenti per la degenerazione della politica nei conflitti mondiali. Morti di tutti e di nessuno e lasciati in pace neppure da morti. Uccisi di nuovo. Morti per niente se non alziamo la voce. Appartenenti alle comunità indivise e non a fantomatiche Padanie di cui non si conoscono né i padri né i figli. Che indecenza costruire etnie e culture quando al passaggio di una sola generazione non si può e non è giusto dare meriti e colpe del padre al figlio. E Bossi, con il figlio che si ritrova, dovrebbe ben saperlo questo. Non se ne può più di questa Italietta smembrata e ammutinata di fronte alla bellezza e alla complessità che il suo paesaggio e la sua cultura offre. Al singolare. Molteplice e inafferrabile creatura.
Scenderemo a migliaia dalla Val dell’Orco, dal Circo di Valmorbia, dalle Vall dei Foxi e di Ciore, dalla Val di Piazza, dalla Val delle Prigioni e dalla Val di Fieno e, se necessario, dalla Val Canale e dalla Val Fontana d’Oro. Dal Corno Battisti e dal Monte Trappola osserveremo il vostro arrivare e faremo scendere il silenzio dei morti, le voci impiccate di Cesare Battisti e di Fabio Filzi. Dai Roccioni della Lora e dalla Zona Sacra di Cima Palón chiameremo a digrignare la loro vergogna il Dente Italiano e il Dente Austriaco e dall’Ossario del Pasubio suoneremo sui tamburi le ossa dei nostri morti. Di qui non passerà la menzogna. Echi rimbalzeranno tra i Coni di Zugna e le cime del Colsanto. Gli amici degli amici si fermeranno a terra in mille posti incontrollabili e gli artisti disegneranno sulla strada la voce dei senza voce, il loro silenzio, mentre pastori e pascoli daranno la benedizione alla nostra transumanza.
Diremo ai signori della menzogna che non dimenticheremo mai gli eroi del passato e del presente, siano essi soldati, sportivi o povera gente. Io conosco la mia terra, le mie montagne meglio di tutti i padanoceltici messi insieme ‒ se davvero esistono ‒ ; conosco le vie alpinistiche più difficili di queste montagne per averle studiate, percorse, pubblicate. So che il Comandante Paolo ‒ Gino Soldà ‒ alzerebbe il suo braccio ferreo e la sua voce di tuono per chi offende questi monti e che Antonio Berti, Raffaele Carlesso, Gianni Pieropan, Mario Boschetti, Cesco Zaltron e Renato Casarotto incrocerebbero le loro forti braccia per fermare civilmente chi insulta queste rocce con sentimenti di odio e separazione. E su tutti noi vigilerebbe Toni Giuriolo dalla sua stele fissa al Rifugio di Campogrosso.
So, infine, che Saronni e Girardengo e molti altri ciclisti di un tempo non dopato da droghe raffinate e da politiche illecite hanno visto cancellato in un batter di cassa ‒ sì, perché qui ci sono casse, non più occhi ‒  un secolo di storia. Dov’è finito il Giro del Veneto nato nel 1909? Dove sono finiti Binda, Magni, Coppi, De Vlaeminck, Bitossi, Argentin, Bartoli, Simoni, Di Luca, Pozzato, Oss? E ‒ a ruota di pensiero ‒ dov’è finito il Veneto? La regione che parlava alle regioni.
Hanno rubato il Sole delle Alpi del suo primigenio colore, il Leone di San Marco dalla sua origine di ricettacolo dei naufraghi, la Rosa Celtica da un timido graffito dei Camuni. Ora stanno rubando l’Italia intera, ci stanno prendendo in giro per l’ultima volta, dissacrando e dividendo la nazione nell’anno della sua Unità.
Costoro sono al capolinea. Sarà l’ultimo atto di questa Italietta leghista, populista, assistenzialista, centralista, falsofederalista, perbenista, tardocomunista e ripetutamente neofascista e iperliberista.
Io ‒ veneto per essermi abbeverato del paesaggio naturale e culturale in cui sono nato, non per chissà quali oscure ragioni ‒  noi, il 10 settembre scenderemo dalle montagne per fermare la menzogna e rispedirla per sempre nel vuoto culturale da cui è venuta.
Ti aspetto.
albertoperuffo
antersass.it

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